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BISBETICA DOMATA, MA NON TROPPO

BISBETICA DOMATA,
MA NON TROPPO – STUDIO 1

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Ci sono violenze che non lasciano lividi, non perdono sangue, che non puzzano di marcio, eppure lasciano segni indelebili. Ferite che continuano a sanguinare fino a marcire l’anima e i pensieri”.

Due sorelle, una madre, un uomo da sposare. Quattro donne sul palco tra ricordi, battibecchi, lacrime e sogni mettono a nudo una famiglia con un passato che non si può nominare, ma che diventa necessario gridare.

Un libero adattamento della Bisbetica domata di Shakespeare che affronta violenza domestica, stigma sociale e pericoli del potere. Una tragicommedia sulla solidarietà femminile che si interroga: cosa accade quando si critica il patriarcato ma se ne assumono i comportamenti peggiori? Quando lo sguardo di un’altra donna diventa un giudizio tagliente come una lama?

Un inno a vedere e sentire sé stessi e l’altro, a opporsi alla violenza, al giudizio, all’omertà.

Con le attrici detenute della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia: Dorota B., Lucia D., Roberta F., Stefania D.
Musiche originali Gerardo Casiello
Aiuto regia e training Daniele Tagliaferri
Costumi realizzati dalle attrici detenute nel laboratorio di sartoria teatrale di Marina Sciarelli

Una produzione dell’associazione Per Ananke
con il sostegno Fondi Otto per mille della Chiesa Valdese.

Note di regia

Quando davvero si soffre, la necessità di ridere diventa più forte. Per questo, come tutti i lavori della compagnia, si gioca su due registri: il dramma e la commedia. È uno spettacolo che non solo parla di violenza domestica, ma anche di solidarietà femminile, dove ci si interroga su che cosa accade quando si critica il patriarcato ma si sceglie di assumerne i comportamenti peggiori. Più siamo andate avanti con il lavoro, più sono aumentate le sfide. La prima è stata la necessità da parte delle attrici detenute di Rebibbia di portare in scena un testo che permettesse loro di parlare di violenza domestica. Poi si sono presentate la paura di attraversare quel tema e la necessità di scegliere le parole giuste per non essere fraintese, raccontare per ricordare che non si può e non si deve tacere.

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AMLETA

AMLETA

SE LEI È PAZZA ALLORA SONO PAZZA ANCH’IO

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Amleta è uscita davvero pazza stavolta. Ma la verità questo effetto può fare?”.

C’è una famiglia di donne dove per amore ci si annulla, dove l’amore può essere molto pericoloso sia per chi lo riceve sia per chi lo dona. Dove la verità è troppo grande per essere accettata, dove gli affari di famiglia sono più importanti del sentire, dove il sembrare non lascia spazio all’essere.          Uno spettacolo tutto al femminile che indaga le conseguenze della verità, del giudizio ma ancor prima dell’amore. Un viaggio senza ritorno alla scoperta di sé, dove in un solo posto siamo davvero libere: a teatro.

Terzo spettacolo prodotto nella sezione Alta Sicurezza della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Un lavoro che ha nuovamente aperto le porte del teatro al pubblico, rivoluzionando il modo di vivere la detenzione all’interno della sezione più chiusa dell’istituto.

Con Annalisa, Teresa, Marianeve e Stefania
Aiuto Regia Chiara Borsella e Annalisa
Musiche Gerardo Casiello
Disegno Luci Roberto Pozzebon
Racconto fotografico Danilo Garcia di Meo

Una produzione dell’associazione Per Ananke.

Note di regia

Amleta è il frutto di un intenso anno di studio su Shakespeare e le sue tragedie. Un lavoro che abbiamo rischiato più volte di interrompere per mancanza di fondi, ma che abbiamo difeso con forza, coraggio e determinazione. Abbiamo deciso di non arrenderci perché una volta assaporata la libertà “Come si può rinunciare?”.

Nel carcere Femminile ho trovato una realtà completamente diversa da quella maschile. Una fame di sapere, di apprendere, di essere partecipi ad ogni fase del processo creativo straordinaria. Questo spettacolo è frutto di un lungo periodo di studio e scrittura alla ricerca del nostro Amleto e delle nostre verità. Un lavoro intenso e difficile che ci ha costrette a viaggiare dentro di noi, approdando a volte dove mai avremmo voluto approdare, ma che ci ha anche permesso di sentirci più forti, sicure, consapevoli e vive in un luogo complesso e alienante come quello carcerario.

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DIDONE

DIDONE

Una storia sospesa

Liberamente trattodal IV canto dell’Eneide

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Alle volte mi sento un recipiente vuoto che gli altri si affrettano a riempire e pigiano e pigiano, come se le memorie degli altri costruissero la mia. Qui dove è necessario divorare i mesi, i giorni, le ore inseguendo la memoria. Perché dimenticare qui è smettere di essere, di esistere…”

Didone brucia d’amore e corre furiosa per tutta la città alla ricerca di Enea. La fiamma dell’amore le divora le tenere carni e sotto il petto vive una muta ferita.

Una storia sospesa scritta con le attrici detenute della sezione Alta Sicurezza della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Un libero riadattamento del IV canto dell’Eneide per raccontare il carcere e le sue dinamiche. Scelta, maternità negata, significato della parola potere e sue conseguenze.


Con Annalisa e Teresa
AiutoRegia Chiara Borsella e Annalisa
Musiche Gerardo Casiello
Foto di scena Domenico Tricarico
Video Kami Fares

Una produzione dell’associazione Per Ananke.

Note di regia

Scelta, maternità negata, potere e sue conseguenze, sono i temi che attraverso Virgilio siamo andate ad indagare in questo nuovo lavoro. Un lavoro che ci ha confermato, ancora una volta, quanto il carcere come i grandi autori siano un’importante lente di ingrandimento sulla società e sull’individuo.Un lavoro nato per creare un ponte tra il mondo carcerario e l’esterno, avviando riflessioni su giustizia, colpa, devianza, solidarietà sociale e scelta. Frutto di quattro anni di lavoro dell’associazione Per Ananke con le detenute della sezione Alta Sicurezza di Rebibbia Femminile.

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IL POSTINO

IL POSTINO

Omaggio a Massimo Troisi da Rebibbia Femminile

Drammaturgia e regia Francesca Tricarico

“Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla”. Pablo Neruda

Mario Ruoppolo, il protagonista de “Il postino”, sogna il cinema, sogna di evadere dalla sua quotidianità fatta di pesce e pescherecci, sogna l’amore, proprio come le detenute. Mario avverte dentro di sé milioni di emozioni che non sa esprimere e trova nella poesia una via di uscita per liberarle, liberando così se stesso. Mario scopre che la poesia per rendere la sua vita meno grigia non è lontana, non lo è mai stata, è lì a portata di mano, nella sua isola, è dentro di lui, in ciò che sente. E così anche il carcere, con i suoi rumori, con le sue sbarre, con il suo grigiore diviene poesia nel sentire di queste donne. Neruda, nel film, porterà sempre con sé l’isola pur essendo stato per lui un periodo di esilio lontano da casa così come le detenute porteranno sempre con loro l’esperienza del carcere.

Con questo progetto l’associazione Per Ananke ha deciso per la prima volta di lavorare al suo consueto percorso teatrale con uno sguardo all’arte cinematografica, attraverso un testo, “Il Postino di Neruda”, che le attrici detenute hanno sentito da subito molto vicino grazie alla versione cinematografica de “Il postino”. Un libro e un film nei quali si svela la capacità di rendere la poesia a portata di tutti: un tema molto caro alle detenute che hanno scoperto attraverso il teatro e il cinema la forza della poesia e delle sue metafore.

Di questo spettacolo sono stati realizzati due allestimenti distinti: uno nella sezione Alta Sicurezza della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia con le attrici detenute e uno nella sezione Transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Due allestimenti diversi ma simili che ricordano che la poesia è un linguaggio universale, capace di attraversare mura e identità, di abitare ogni anima che cerca libertà ed espressione.

Aiuto Regia Chiara Borsella, Annalisa D., Chiara Ferri

Disegno Luci Roberto Pozzebon e Massimo Gresia

Una produzione dell’associazione Per Ananke “Officine di teatro sociale Regione Lazio”

Note di regia

“Il postino” di Michael Radfort e Massimo Troisi, visto in carcere, è stato una rivelazione ancora più grande, più poetica che altrove. Le speranze, i sogni, le ambizioni del postino metafore dei desideri delle detenute, le attese, i dubbi, l’esilio di Neruda delle attese e della reclusione di queste donne. La delicatezza con cui il film racconta come la poesia possa svelarsi “ad un animo predisposto a comprenderla” ha risuonato con prepotenza tra le mura di Rebibbia, dove la necessità di bellezza è uno strumento di sopravvivenza.

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RAMONA e GIULIETTA

RAMONA e GIULIETTA

QUANDO L’AMORE È UN PRETESTO

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Questo è troppo, no questo è normale, eh no questo è normale qui, ma anche fuori è normale, l’amore non ha sesso.

Nel 2019, nella casa circondariale femminile di Roma Rebibbia è stato realizzato il primo allestimento di questo spettacolo, poi riscritto e riallestito all’esterno con la compagnia di attrici ex detenute in una versione simile ma diversa.

La prima è nata subito dopo la prima unione civile tra due donne in un carcere italiano, avvenuta proprio a Rebibbia femminile, che ha visto nascere l’esigenza di scrivere questo spettacolo.

Ramona e Giulietta è una personale e potente rilettura di una delle più celebri opere shakespeariane. Due donne che, nonostante i cancelli, le sbarre e i pregiudizi, trovano la forza di amarsi e gridare il loro amore. Ma è amore vero o uno “sfogo” del carcere? Questa domanda ossessiva ha attraversato l’intero processo creativo, dividendo in due fazioni le stesse partecipanti al lavoro durante la riscrittura dell’opera.

Lo spettacolo nasce dalla volontà condivisa tra attrici detenute e regista di scardinare un tabù ancora fortissimo, oggi forse più di ieri, dentro e fuori le mura carcerarie. Perché l’amore, come il teatro, può diventare pretesto di molto altro: sfogo per la rabbia individuale che si fa collettiva, strumento per raccontare il carcere, occasione per interrogarsi su come e quanto il carcere sia una potente lente di ingrandimento della società esterna.

Un lavoro scritto e fortemente voluto dalle attrici detenute per dare voce a ciò che spesso resta inascoltato, per urlare che l’amore non ha genere, non ha sbarre, non ha confini.

Con le attrici detenute della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia Alessandra, Annamaria, Barbara, Bruna, Esma, Gabriella, Marilù, Nadia, Remzia, Roberta, Vincenza

Aiuto regia Chiara Borsella

Musica Alessandra C. e Marianna Arbia

Disegno luci Massimo Gresia

Una produzione dell’associazione Per Ananke “Officine di teatro sociale Regione Lazio 2018-2019”.

Note di regia

In questi sei anni di lavoro a Rebibbia Femminile abbiamo sempre cercato nei testi dei grandi autori le nostre necessità, per dare voce alle nostre urgenze che negli anni abbiamo scoperto essere anche le urgenze della società fuori dal carcere, solo le nostre un po’ più intense, amplificate. Questo è stato uno dei lavori più complessi da realizzare per la tematica scelta e non solo, un tema fortemente voluto dalle mie attrici che realmente si sono divise nelle loro differenti visioni sull’argomento. Un confronto vivo, vero, ci ha accompagnate per tutto il tempo del laboratorio e dell’allestimento dello spettacolo, ricordandoci la forza del teatro come strumento non solo per far sentire la propria voce ma di confronto prima con se stessi e poi con l’altro.

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MEDEA

MEDEA

SIETE SICURI CHE SIA ANDATA PROPRIO COSÌ?

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Oggi più di ieri i morti governano. Ho sete, devo svegliarmi. Devo aprire gli occhi. L’acqua fresca non estingue solo la sete, placa anche i rumori che ho nella testa. Ma voi lo sapete che si può avere nostalgia anche di un albero e che anche le mani hanno memoria?”

Medea è la libera interpretazione del mito di Medea da parte delle detenute attrici di Rebibbia Femminile, un pretesto per raccontare il carcere e le sue dinamiche,per parlare di razzismo, scelta e legalità.

Medea non è solo uno spettacolo, ma la prova viva della forza e della potenza del teatro.

Per la prima volta nella storia della compagnia teatrale di Rebibbia Femminile, un evento straordinario: Daniela Savu, attrice ex detenuta, dopo soli venti giorni dalla sua liberazione torna in carcere da donna libera, da attrice, per recitare accanto alle sue ex compagne di detenzione.

Un gesto che incarna il senso più profondo del teatro come strumento di trasformazione. Cos’è più importante, dentro e fuori dalle mura, se non la partecipazione e la continuità di un percorso che offre possibilità concrete di crescita e cambiamento attraverso la cultura?

Daniela rappresenta una testimonianza potente: il teatro non finisce con la fine della pena. Il suo ritorno è un messaggio di speranza per chi è ancora dentro e una dimostrazione tangibile per chi guarda da fuori che il cambiamento è possibile, reale, duraturo.

Questo è il teatro che vogliamo: uno spazio dove passato e presente si incontrano, dove le sbarre non sono l’ultima parola, dove l’arte costruisce ponti invece di muri.

Con le attrici detenute della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia Annamaria, Bruna, Daniela, Gabriella, Giulia, Jennifer, Monica, Natasha, Nadia, Sonia, Zita

Aiuto Regia Chiara Borsella, Giulia Tamburrini

Assistente Anna

Disegno luci Roberto Pozzebon (RSS Service)

Foto di scena Danilo di Meo, Domenico Tricarico

Video Kami Fares

Una produzione dell’associazione Per Ananke ‘Officina di teatro sociale regione Lazio 2017/2018’.

Note di regia

Un lavoro complesso e difficile per tutte noi, per loro e per me, se ancora esiste un loro e un me, che ci ha costretto più volte ad interrogarci sul significato della parola verità, facendo crollare molte delle nostre certezze. Un lavoro complesso anche per le sezioni di appartenenza delle attrici detenute che vi hanno partecipato, con numerose uscite ed assenze, ma che siamo riuscite a realizzare con la voglia di raccontare, determinate a far sentire le nostre voci. “Più voce” il nome di questa compagnia che attraverso Medea vuole a volte gridare altre sussurrare la sua esistenza, le sue paure, ansie, ma anche gioie e risorse. Il razzismo in carcere, l’ironia, la paura del dolore, ma anche la forza della condivisione.

Inoltre, per la prima volta nella storia delle nostre compagnie a Rebibbia Femminile una ex detenuta, Daniela Savu, torna in carcere da donna libera, da attrice, per recitare con le sue ex compagne di detenzione. Cos’è più importante, in carcere e fuori, se non la partecipazione e la continuità di un percorso che è possibilità di crescita e miglioramento attraverso la cultura, attraverso il teatro?

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OLYMPE

OLYMPE DE GOUGES

QUANDO SI INIZIA A TAGLIARE I PENSIERI SI FINISCE CON IL TAGLIARE LE TESTE

Drammaturgia e regia di Francesca Tricarico

“Non c’è bisogno di essere colpevoli per provare vergogna. L’insulto più grande alla libertà è credere di non avere scelta. Se vuoi essere libero prenditi il coraggio, l’onore, la responsabilità di scegliere perché è scandaloso morire senza aver mai scelto. Il dono più grande che si può fare a se stessi è permettersi di scegliere”.

Cinque donne in scena, appartenenti alla sezione Alta Sicurezza, la “più chiusa” di tutta Rebibbia Femminile, decidono di interrogarsi sul significato della parola bene comune, costituzione, diritti, censura, libertà. Attraverso la storia di una donna, Olympe de Gouges, che ha cercato fino alla ghigliottina di ricordare ai francesi come la loro “Libertà, uguaglianza, fraternità” fosse privilegio esclusivamente maschile, invocando nella sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina l’uguaglianza giuridica e legale delle donne in rapporto agli uomini.

Solo due celle in scena per raccontare i dubbi, le paure, la forza di Olympe e delle attrici. Il desiderio, la necessità di raccontare così forte da vincere ogni timore e ogni difficoltà. La cella di Olympe, dove vive gli ultimi istanti della sua vita e si interroga sulla sua fame di giustizia e verità, da dove nasce e perché è la sua domanda ricorrente.L’altra, rumorosa e vivace, con sua nuora e le sue compagne di detenzione. Donne di estrazione sociale differente che non sanno più se è meglio stare in carcere o fuori, in una società timorosa anche della sua stessa ombra.

Questa è la prima versione dello spettacolo Olympe, realizzata nella sezione Alta Sicurezza di Rebibbia Femminile e poi ripresa nel 2023 all’esterno con la compagnia di attrici ex detenute. È diventato lo spettacolo simbolo della compagnia, con il quale si è festeggiato anche il decennale de Le Donne del Muro Alto.

Con le attrici della sezione Alta Sicurezza della casa circondariale Femminile di Rebibbia   Annalisa, Ilenia, Stefania M., Stefania I., Teresa

Aiuto regia Noemi Fabbi e Chiara Borsella

Musiche Eleonora Vulpiani

Disegno Luci Roberto Pozzebon

Una produzione dell’associazione Per Ananke “Officine Teatro Sociale Regione Lazio 2014/2016”.

Note di regia

Questo spettacolo utilizza tutte le costrizioni e i limiti del carcere per indagare le costrizioni e i limiti fuori dal carcere.

Nella sezione Alta Sicurezza della casa circondariale Femminile di Rebibbia ho trovato una realtà completamente diversa da quella maschile. Un approccio alla vita, alla detenzione, allo studio e alla cultura differente. Una fame di sapere, di apprendere, di essere partecipi ad ogni fase del processo creativo straordinaria. Desiderio di dimostrare prima a se stesse e poi al mondo che le circonda, dentro e fuori le mura, la capacità di superare i propri limiti, di riscattarsi, di scoprire nuove risorse. Questo secondo spettacolo della compagnia è frutto di un’estate di ricerche nella biblioteca del carcere, di analisi di numerosi testi e scrittura del copione tutte insieme. Un’attività che nasce dalla voglia di dimostrare la forza e la potenza di un lavoro di gruppo tutto al femminile, dove l’ascolto e la condivisione sono strumenti preziosi per il lavoro in teatro ma non solo, in luogo complesso e alienante come quello carcerario. Grinta, volontà di affermarsi, di esprimersi, di raccontarsi protette dal palcoscenico, di studiare, di analizzare ogni singolo elemento del lavoro rendono questa attività straordinaria nella sua ricerca di verità e professionalità, di lavoro su di e sulle compagne di viaggio a Rebibbia.